Sabato 14 Aprile 2007 ore 16 - Auditorium Sant’Ilario -
Gentili Autorità, Signore, Signori , cari Colleghi,
Vi ringrazio per essere fra noi all’annuale
appuntamento con la “giornata del medico”. Il primo pensiero è
rivolto con deferenza ai colleghi che durante l’anno ci hanno
lasciato. A loro vada una commossa preghiera e il nostro
affettuoso ricordo .
Sono certo che molti - fra questi - saranno ricordati soprattutto
dai pazienti che si erano loro affidati con fiducia ricevendone in
cambio attenzione, competenza, e umana comprensione. La vita del
medico è costellata di tanti ricordi che al di là del loro
carattere, dell’intrinseco valore, della loro intensità, credo
possano essere ricondotti ad un tratto comune: quello di aver
comunque contribuito ad una formidabile esperienza di grande
significato e valore umano , morale , civile e sociale.
I colleghi che oggi festeggiamo per il traguardo dei
cinquant’anni di laurea sono fra noi a testimoniarlo.
Cinquant’anni di professione che hanno attraversato un secolo nel
quale la medicina come arte e scienza è stata molte volte
rivisitata passando progressivamente dal tradizionale
paradigma ippocratico a quello della medicina attuale caratterizzata
- fra l’altro- da un confronto dialogico tra le capacità cliniche e
umane del medico e il vissuto emotivo della persona di fronte alla
malattia.
Oggi assistiamo ufficialmente ad un ideale passaggio del
testimone dai “ Senatori” della professione ai giovani colleghi.
La cerimonia del giuramento può - agli occhi di alcuni-
sollecitare qualche facile e scontato ironico commento. Tuttavia
faccio notare che il nuovo Codice di Deontologia medica prevede -
all’art. 1 - “l’obbligo” del giuramento. Con questo atto solenne
si vuole sottolineare un dovere di conoscenza e di rispetto
delle regole di comportamento alle quali il medico e l’odontoiatra
dovranno attenersi nello svolgimento della professione. Chi vi
parla ha fatto parte della Commissione che per oltre un anno e mezzo
ha lavorato sul nuovo codice di Deontologia Medica. E’ stato
un lavoro appassionante, impegnativo , coinvolgente e di grandi
confronti che ha trovato solide basi di partenza nei contenuti del
precedente codice del 1998. Se è pur vero che otto anni sono
un periodo irrilevante - perlomeno in senso storico -
nel nostro Paese vi è stata in questo tempo una profonda
revisione dei riferimenti legislativi e culturali nella quale i
medici operano.
Il confronto ci ha consegnato un’etica “applicata” come risultato
di mediazione tra le diverse visioni del mondo e dell’esperienza di
vita dei medici , nel rispetto delle leggi attualmente in essere. Il
nostro Codice deontologico gode da tempo di profonda
considerazione da parte del mondo giuridico sia a livello teorico
che applicativo. La dimostrazione di questo assunto sta nella
frequente citazione delle norme contenute nel Codice sia in corso
di emanazione delle Leggi che nei dispositivi delle sentenze. Come
potrete vedere, il nuovo Codice si è spinto addirittura a
prefigurare auspicabili interventi legislativi che
possano coadiuvare il miglior esercizio della professione. Accanto a
questa nota positiva non posso sottacere il fatto che - a
tutt’oggi - la Deontologia medica non fa parte del curriculum
formativo del medico e dell’odontoiatra italiano. Infatti - salvo
lodevoli ma rare eccezioni – nelle Facoltà di Medicina e
Chirurgia non è prevista alcuna forma di preparazione deontologica
medica. E’ un fatto grave, già conosciuto e segnalato in più
occasioni al Ministero competente e che sottolinea come
l’Università italiana necessiti di un profondo rinnovamento di
programmi, di investimenti, di capacità formative adeguate a far
fronte alle sfide che la complessità del mondo attuale
esige. La Federazione Nazionale e gli Ordini periferici non possono
tollerare a lungo questa situazione rispetto alla quale - in
mancanza di adeguate prese d’atto - penseranno ad iniziative
autonome e qualificate, ottemperando in questo modo ad un preciso
mandato istituzionale.
L’occasione che mi si pone oggi è di quelle importanti che
colgo immediatamente per invitarvi a fare un’approfondita
lettura del nuovo Codice di Deontologia medica. Troverete un
quadro di regole in cui sono molto ben rappresentati i doveri
del medico e dell’odontoiatra con una evidente diminuzione degli
obblighi , procedendo nella direzione di una visione “
positiva” e convincente della materia deontologica. Vi si colgono
chiari segnali di una progressiva maturazione della crescita
deontologica del medico italiano. E’ la sintesi di un’ orgogliosa
ma non corporativa insofferenza verso ogni eccesso di
condizionamenti , di suggerimenti, di raccomandazioni, quando non
di “avvertimenti” provenienti dal mondo esterno siano essi di natura
giuridica, politica, ideologica o religiosa. Il professor Mauro
Barni, Emerito di Medicina legale all’Università di Siena, uno
dei “padri storici “ della deontologia medica italiana, in
ragione dell’apporto essenziale che ha dato ai diversi Codici
susseguitisi negli ultimi decenni, ama dire che questo Codice segna
il passaggio dalla “medicina difensiva all’autonomia responsabile”.
Infatti non può esservi autonomia professionale se non
facendosi carico di proporzionali responsabilità.
La medicina tecnologica ha reso possibile intervenire e modificare
eventi come la nascita, il decorso della vita e la morte
fino a ieri lasciati all’equilibrio della natura. E’ illusorio
pensare che alla scienza e alla ricerca biomedica
possa essere messo un bavaglio. Sicuramente è irrealistico vista
l’entità di interessi economici , politici, industriali e
finanziari che investono risorse importanti in tale direzione.
Ma non è detto che tutto ciò che è possibile sia anche moralmente
lecito! E’ anche per questo motivo che - in una società complessa -
l’ assunzione di responsabilità non può riguardare solo il medico
ma l’intero profilo della società stessa chiamata ad una valutazione
politica etica e morale sulla legittimità dei progressi della
scienza e sul loro impatto sulla vita, sul benessere e su un
concetto di salute interpretato oggi nel suo significato più
esteso. Il Codice Deontologico prevede importanti novità. Il nuovo
art. 5 prevede per il medico una doverosa educazione del
paziente nella considerazione dell’ambiente di vita e di lavoro come
fattore determinante della salute. Il medico non può dimenticare che
molte applicazioni della tecnica hanno un importante impatto
sulla vivibilità per le future generazioni. Si pensi
all’abbondante presenza di inquinanti cancerogeni , alle sostanze
chimiche geneticamente attive. La tutela della salute pubblica non è
più vista solamente come valore in sé ma entra a far
parte - come elemento irrinunciabile - di un patto
intergenerazionale. Così all’art. 6 in cui si sottolinea il
valore della qualità della professione in senso gestionale “tenendo
conto dell’uso appropriato delle risorse” nell’ambito di garanzia
dell’equità, dell’accessibilità, dell’utilizzo delle cure. Questo
articolo di deontologia riassume - in estrema sintesi - il
senso e il valore morale e sociale della Carta della Professionalità
medica sottoscritta nel 2002 da un gruppo di clinici europei e
statunitensi. Tale documento fu pubblicato contemporaneamente da Lancet
e da Annals of Internal Medicine e suscitò una profonda
impressione nel mondo clinico e socio-politico .
Ma vi è un altro argomento che merita una particolare citazione.
Alludo alla problematica dell’errore medico, uno dei temi che
Aziende Sanitarie e medici sentono come “emergente” in
particolare negli ultimi anni considerandone l’estrema delicatezza.
Il Codice Deontologico prevede - all‘art. 14 – che il medico deve
operare: “ al fine di garantire le più idonee condizioni di
sicurezza del paziente e contribuire all’adeguamento
dell’organizzazione sanitaria, alla prevenzione e gestione del
rischio clinico anche attraverso la rilevazione, segnalazione e
valutazione degli errori al fine del miglioramento della qualità
delle cure”. Sgomberiamo immediatamente il campo da ogni equivoco:
ogni attività umana è caratterizzata da grandi successi ma da pur
sempre possibili errori. In termini assoluti l’errore umano è perciò
ineliminabile. Quindi anche per il medico l’errore - in particolare
nella complessità della medicina d’oggi - è un’insidia sempre
presente dietro l’angolo.
Siamo perfettamente consapevoli che la maggior parte dei cosiddetti
errori medici nascono da carenze organizzative o da gestione non
conforme dei complessi percorsi assistenziali cui è
sottoposto ogni paziente durante qualsiasi attività clinica. E’
questo un aspetto assai delicato, che riguarda competenze, mansioni
e saperi da parte dei diversi attori in campo. La cultura della
segnalazione degli errori della pratica clinica con l’intento di
migliorare i percorsi assistenziali alla ricerca della qualità
totale, ha assunto un valore tale da diventare una vera e
propria disciplina. Parole come “risk management” e “clinical
governance” sono entrate a far parte del mondo della salute in modo
assai penetrante sia nel nostro che nei Paesi con i più avanzati
servizi sanitari. Il non segnalare l’errore medico o – peggio
- il tentativo di nasconderlo - non solo non corrisponde
ad una precisa volontà del medico, ma costituisce il più serio
pericolo del rapporto fiduciario con il paziente. Un compito così
delicato richiede una reale e trasparente collaborazione tra medici
Aziende Sanitarie , Ordine professionale e mondo assicurativo.
In altri Paesi si è percorsa la via della “depenalizzazione”
dell’errore medico. Non si dimentichi che il medico “costretto”
alla difensiva dalla paura della denuncia non può essere un
professionista che opera con la giusta serenità per salvaguardare
fino in fondo l’interesse del malato. Sono maturi i tempi
perché anche nel nostro Paese si punti ad una risoluzione che
vada in questa direzione.
Questa rappresenta una - certo non la sola-
modalità per affrontare uno dei problemi cruciali della
medicina moderna. Su questo tema devo prendere atto con rammarico
che spesso - in spregio alle più elementari norme di etica
giornalistica - si assiste al medico “ mostro” in prima pagina per
un presunto errore che il più delle volte (statisticamente
nel 70% dei casi) non giunge nemmeno a superare l’indagine
preliminare da parte del giudice di merito. E’ così che nasce la
“malasanità”, infelice neologismo che dovrebbe evidentemente essere
antinomico rispetto alla “buona sanità”. Ma il problema in realtà
non si pone. Infatti per ogni sporadico fenomeno di
cosiddetta “malasanità”, quali e quante sono le prestazioni
sanitarie prodotte quotidianamente dai medici a dal personale
paramedico con correttezza, attenzione, rigore e
risultato positivo? Di queste tuttavia nessuno parla; forse sono
dovute, attese, pretese al di là di ogni ragionevole difficoltà.
Tutti coloro che esercitano professioni di tipo pubblicistico
dovrebbero attenersi ad un codice di comportamento rigidamente
improntato all’osservanza dei diritti individuali. Prendo atto, non
senza rincrescimento , che ciò è scarsamente osservato nei confronti
dei medici. Evidentemente il titolo sui “media” che sollecita
l’immaginario collettivo verso il medico ( il più delle volte non
nel senso della benevolenza), fa vendere più copie o aumenta
l’audience che risultano così i veri “feticci” del mondo della
comunicazione.
Cari giovani colleghi, non mi stanco mai di ribadire che quella
del medico non è una professione per tutti. Solamente coloro che
godono di una naturale propensione verso gli altri dovrebbero
abbracciare questa particolare attività. E’ una professione che per
il suo ottimale esercizio richiede capacità di confronto ,
facilità di rapporti interumani, senso della misura,
sensibilità psicologica. Solo chi è dotato di questi caratteri
vocazionali apprezza fino in fondo l’importanza del proprio ruolo e
la singolarità di questa particolare esperienza umana e
professionale. Ma anche mantenendosi sul piano strettamente
scientifico e professionale oggi - al medico - viene
chiesto di andare oltre la tradizionale preparazione scientifica che
lo ha sempre contraddistinto. Sono richieste competenze cliniche,
ma anche etiche, sociali, dirigenziali, di valutazione dei costi dei
propri atti e delle proprie decisioni. Il quadro legislativo e
culturale della professione è profondamente mutato negli
ultimi vent’anni. Era l’ormai lontano 1991 quando la Legge
Finanziaria introdusse l’idea che la tutela sanitaria dei cittadini
dovesse iniziare a confrontarsi con l’inderogabile limite delle
risorse disponibili. Nel 1992 (con la legge 502) furono istituite le
Aziende Sanitarie; la Finanziaria del 1997 introdusse i cosiddetti
Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il D.L. 299 del 1999
trasferiva alle Regioni le competenze amministrative e di gestione
dei servizi e delle ASL, confermate poi dalla riforma del
Titolo V della Costituzione che - con la modifica dei
rapporti Stato-Regioni – ne poneva sullo stesso piano la potestà
legislativa (legislazione concorrente). Tutti questi provvedimenti
susseguitisi in questo lasso di tempo - a volte con carattere
confuso e contraddittorio - hanno enormemente amplificato alcuni
effetti perversi di tipo burocratico la cui gestione ha creato e
crea tuttora una serie di grossi disagi anche per il medico.
Inevitabilmente ciò ha mutato anche il suo ruolo professionale i cui
compiti, funzioni e modalità di svolgimento
delle attività, sono stati rapidamente stravolti. La cosa non è
rimasta priva di conseguenze, anche nel rapporto tra medici e
cittadini creando una serie di situazioni non sempre facilmente
conciliabili. La stessa medicina come scienza è messa fortemente in
discussione, sia nella sua definizione epistemologica che come
disciplina puramente biologica. E’ del tutto pleonastico
sottolineare come nell’ambito della prassi clinica ciò che era
vero ieri non è più tale oggi o non lo sarà più domani. Per contro
rimarrà sempre attuale - nell’ambito di un rapporto relazionale -
la possibilità di un confronto tra i valori espressi dal medico
come persona portatrice di scienza, ed esperienza
clinica - possibilmente al meglio aggiornate - e il vissuto di
emozioni che ogni paziente nello stato di malattia, in modo
assolutamente originale ed irripetibile porta con sé.
Cari colleghi, con il vostro giuramento oggi avete dichiarato
l’impegno nella cura delle malattie , nell’alleviare il dolore, nel
tutelare la salute fisica e psichica di quanti si rivolgono a voi.
Permettetemi qualche utile consiglio. Siate sempre corretti ed
attenti nei rapporti con i colleghi. Imparate a lavorare insieme, in
equipe, poiché il fine del medico e dell’odontoiatra è sempre
quello di dare al paziente la massima opportunità di salute. Nessun
medico - per quanto bravo o preparato - può ragionevolmente pensare
di curare in modo autonomo il malato. Sono troppi e diversificati i
saperi che occorrono. La leadership del gruppo non è più
rappresentata da chi può rivendicare la “maggior esperienza”
ma - molto più opportunamente - da colui che prima e meglio di altri
sa cogliere la sintesi delle diverse conoscenze sul problema.
Mantenete sempre entusiasmo per lo studio e per ogni
opportunità di aggiornamento. Siate critici con quanto appreso o
ritenuto acquisito in una sorta di rivoluzione continua delle vostre
nozioni ed esperienze: solo in questo modo potrete rifuggire dalla
conclusione facile ma erronea e dalla consuetudine che
rappresentano un’insidia pervasiva e pericolosa per il medico.
Dedicate il tempo necessario ad ascoltare i malati, le
loro storie , i loro vissuti. Vi sarà di grande aiuto nella
risoluzione dei problemi clinici ma vi ripagherà
soprattutto in termini di facilità di rapporto umano e di
fiducia. Siate sempre rispettosi della necessità da parte del
paziente di conoscere nel dettaglio ogni atto medico che andrete a
proporre. Fatelo con parole semplici, convincenti e adatte alla
persona che vi sta di fronte. Non si tratta solo di un atto
formale previsto dall’obbligo del consenso informato. Approfittate
di questa opportunità per guadagnare la fiducia del paziente.
Quando dovete comunicare una notizia dolorosa fatelo con umanità e
tatto. Adattate la comunicazione valutando la capacità del vostro
interlocutore il quale percepirà subito la
partecipazione e la condivisione da parte del medico. Nessun
medico, se è tale, può permettersi di togliere la speranza al
malato inguaribile che ha in cura.
Fate un uso intelligente della tecnologia. Siate sempre padroni e
non servi di questa pur importante modalità professionale.
Paradossalmente la medicina moderna ipertecnologica subisce di
frequente l’accusa di essere disumanizzante proprio in
presenza dei suoi maggiori successi. Non permettete che questa
vi estranei - perfino in senso fisico - dal rapporto con il
malato.
Il clima di esaltazione “del mercato” non ha certo risparmiato il
mondo della salute che appare a volte avvitato su se stesso alla
ricerca spasmodica di risposte che la medicina non può e non potrà
mai dare. In questa logica troverete pazienti che nell’ottica
rivendicativa dei diritti (non più dunque nell’ambito dell’equità ,
dell’universalità e della compatibilità tra i diritti di
tutti) confonderanno il diritto alla salute con la medicina dei
desideri. Vi accorgerete che la sensibilità di alcune persone fa sì
che i desideri vengano recepiti come diritti e si grida alla
discriminazione ogni volta che non vengono esauditi. Ebbene sono
questi i casi nei quali far valere con fermezza l’autonomia di
giudizio e la libertà da parte vostra di sottrarvi ad una richiesta
che non condividete. E’ questo uno dei casi paradigmatici nei quali
si rivela molto utile l’esercizio di una motivata autorevolezza da
parte del medico.
Vorrei ancora ricordarvi che alcuni importanti articoli del Codice
Deontologico, quelli che fanno riferimento al capo IV, pur
riprendendo toni e contenuti del codice precedente, sono stati
aggiornati e completati tenendo conto della stretta attinenza
con alcuni aspetti di particolare delicatezza della
professione: la prescrizione e i trattamenti terapeutici, la
sicurezza del paziente, le pratiche non convenzionali, l’accanimento
diagnostico-terapeutico, l’eutanasia, i trattamenti che incidono
sull’integrità psico-fisica ed altri ancora. Dicevo prima che in
alcuni di questi è del tutto evidente la volontà da parte dei medici
di essere anticipatori in confronto al diritto positivo rivendicando
la propria autonomia di giudizio rispetto a valori che – in primis
- appartengono alla sfera professionale.
Gianfranco Iadecola, Giudice di Cassazione e costituzionalista
di chiara fama, è stato prodigo di consigli per noi medici
nelle considerazioni giuridiche e nelle valutazioni
deontologiche del Codice . Durante i lavori ci ricordava
la sentenza della Corte Costituzionale dell’11 giugno 2002, n.282
che – cito testualmente per il significato e la
sintesi valoriale che così bene esprime:
“La pratica terapeutica si pone , all’incrocio, fra due diritti
fondamentali della persona malata, quello ad essere curato
efficacemente e quello ad essere rispettato come persona, in
particolare nella propria integrità fisica e psichica […]”.
Voglio ora attirare la vostra attenzione su due allegati
al Codice deontologico: uno sulla pubblicità sanitaria l’altro sul
conflitto d’interessi in medicina. Pur nell’ indiscutibile e
assoluta legittimità di una scelta professionale che consenta
un adeguato e decoroso livello di vita ricordo sempre che la
professione medica richiede una prevalenza di valori morali e
sociali rispetto ad altri aspetti che diventano secondari
(economici, d’immagine etc.). Sono pertanto a chiedervi il
rispettoso riferimento a quei contenuti.
Giunto ormai al termine della relazione , ricordo
doverosamente i colleghi del Consiglio. Siamo una “vera squadra” ;
tra noi c’è stima e rispetto reciproci, senso di appartenenza,
possibilità di discussione franca e libera. Un grazie a tutti ad
iniziare dai colleghi del Direttivo: al Vicepresidente prof. Luigi
Cavanna, al Segretario dott.ssa Carolina Prati, al Tesoriere prof.
Mauro Gandolfini, al dottor Gaetano Noè Presidente della
Commissione albo odontoiatri; Così anche ai Consiglieri dott.ri:
Roberto Andreoli, Oreste Calatroni, Giuseppina Dagradi, Giovanni
Dieci, Giovanni Pilla, Paolo Generali; ai Revisori dei conti: Marco
Zanetti, Giandomenico Follini, Corrado Fragnito e Paolo Bordignon e
ai componenti della Commissione Albo odontoiatri: Paolo Generali,
Dario Inzani, Stefano Pavesi, Maurizio Rebecchi. Una citazione
particolare per Franco Chiappa redattore capo di Piacenza Sanitaria
, e per Rino Riggio per l’affettuoso incoraggiamento per la mia
attività che, credetemi, lungi dall’essere una semplice carica
di rappresentanza, richiede grande impegno e dedizione non disgiunte
da grandi responsabilità. Un ringraziamento a chi condivide il
lavoro quotidiano dell’Ordine; alla capoufficio signora Nadia
Cornelli, a Cristina Dieci, a Stefania Montanari per la loro
disponibilità e per la capacità che hanno acquisito nel farsi
carico di un lavoro che per larga parte , nel volgere del
mandato di questo Consiglio consentirà l’informatizzazione di tutti
i principali processi formali.
Termino la mia relazione rivolgendomi di nuovo a voi giovani
colleghi:
Rinnovo l’invito a fare approfondita e meditata lettura del Codice
di Deontologia; vi sarà di grande aiuto e contribuirà a trovare
molte delle risposte che cercate nel vostro operare. Ma soprattutto
vi consentirà di rifuggire da ogni forma di arroccamento, di
supponenza, di autoreferenzialità permettendovi di
essere medici tra medici , ma ancor prima uomini tra uomini.
Vi ringrazio.